L'immaginazione non è quello che pensi.
- Alessandra Busto
- Mar 6
- 4 min read
L'immaginazione come accesso, non come fuga

Scrive per venti minuti senza sollevare la penna dal foglio.Quando alza lo sguardo, ha gli occhi lucidi.
La figura che ha incontrato non proviene dal suo passato. È una donna che si rifiuta di chiedere scusa. Una versione di sé che non aveva mai lasciato esistere.
Sulla pagina, questa donna parla con chiarezza. Con rabbia. Con certezza. Cose che la scrittrice non aveva mai detto ad alta voce.
«Non sapevo di sentire questo», sussurra.Ma il suo corpo lo sapeva.
C'è un'obiezione ovvia a quanto appena accaduto.
«È fantasia. Stai inventando qualcosa. Non è reale.»
E, in un certo senso, è vero. La figura non è letteralmente lì. La scena si svolge su una pagina bianca.
Ma allora perché il corpo risponde?Perché le lacrime? Il respiro che cambia? Il riconoscimento, quieto, di aver toccato qualcosa di vero?
Ci hanno insegnato che l’immaginazione è l’opposto della realtà — che ciò che immaginiamo è, per definizione, meno reale: decorativo, evasivo, una piacevole deviazione da ciò che è, qualcosa che intrattiene ma non rivela.
Ma se l'immaginazione non fosse fuga?
E se fosse accesso?
Quello che il corpo già sa
Molto prima che riusciamo a spiegare un'esperienza, il corpo l'ha già registrata. Una contrazione. Un calore. Un disagio sottile. Un richiamo.
Spesso passiamo velocemente oltre queste sensazioni: le interpretiamo, le risolviamo, le sostituiamo con pensieri più chiari.
Ma a volte, se ci fermiamo, accade qualcos'altro.
Eugene Gendlin, filosofo e psicologo, ha osservato che il cambiamento significativo in terapia non deriva dall'insight da solo. Emerge quando una persona si rivolge a quello che chiama felt sense, una consapevolezza corporea che precede il linguaggio.
Il felt sense non è drammatico. È vago, poco chiaro, difficile da nominare. Un sapere quieto nel petto o nello stomaco che dice: qualcosa qui conta.
E quando qualcuno resta con quella sensazione, senza fretta di spiegarla, un'immagine spesso emerge.
Non casuale.Non decorativa.Un'immagine che dà forma a ciò che era inarticolato.
Quando l'immaginazione nasce da questo tipo di attenzione, non abbandona la realtà: dà forma a qualcosa che il corpo già sapeva.
Non fantasia.
Forma.
Dove vive il personaggio
Allora, chi è la donna che non chiede scusa?
È chiaramente immaginata. Eppure non è arbitraria. Dice cose che la scrittrice riconosce come vere nel momento in cui appaiono.
Il filosofo Paul Ricoeur sosteneva che l'immaginazione non è l'opposto della realtà. È la capacità di ridescriverla.
Attraverso la narrazione non fuggiamo dal mondo; lo riorganizziamo, permettendo alle possibilità già presenti, sebbene non articolate, di diventare visibili.
Il mondo resta lo stesso; ciò che si trasforma è il modo di abitarlo.
Il personaggio sulla pagina non è un essere esterno. Ma non è nemmeno “niente”.
È una possibilità di essere.
Una forma di significato che diventa visibile solo quando l'immaginazione può lavorare.
La narrazione non si limita a raccontare ciò che è. Apre ciò che potrebbe essere.
E a volte ciò che potrebbe essere rivela qualcosa di più accurato di ciò che siamo stati disposti ad ammettere.
Il personaggio vive in quell'apertura, non fuori dalla realtà, ma dentro la sua ridescrizione.
La distinzione cruciale
L'immaginazione non è intrinsecamente liberatoria.
Può intorpidire tanto quanto può rivelare.
La usiamo per fuggire. Fantastichiamo di vite diverse invece di abitare la nostra. Ci perdiamo in storie che ci consolano invece di sfidarci.
Questo tipo di immaginazione crea distanza. Ci sentiamo più leggeri, non perché abbiamo toccato qualcosa di vero, ma perché abbiamo evitato qualcosa di scomodo.
Quella è fuga.
L'immaginazione che rivela funziona diversamente.Non ci allontana dal corpo. Ci avvicina ad esso.Il respiro cambia. L'emozione sale. L'attenzione si acuisce, meno deriva, più presenza.
La differenza non sta nell’immagine in sé, ma in ciò che accade all’attenzione: se ci allontana dalla sensazione o se ci conduce più profondamente dentro di essa.
Quando l'immaginazione ci allontana dalla sensazione, è evitamento.Quando la approfondisce, è ricerca.
E la ricerca non lascia pace.
La resistenza
Non tutti vivono l’immaginazione come accesso.
A volte non succede niente. Lo spazio rimane vuoto.
A volte qualcosa appare e sembra sbagliato. Irritante. Imbarazzante.
«È ridicolo.»«Non sono io.»«Non serve a niente.»
La resistenza non è fallimento.
Segna il confine di ciò che sembra sicuro. Di ciò che non è ancora pronto. Di ciò che è troppo vicino per essere toccato.
E spesso la rapidità stessa del rifiuto è parte del segnale.
La battuta. L’irritazione. Il rapido passaggio all’analisi.
Meglio spiegare l’immagine che sentirla.
Non c’è niente di sbagliato in questo. La mente protegge ciò che non è ancora in grado di reggere.
L’immaginazione non può essere forzata.
L’accesso non consiste nel produrre immagini. Riguarda l’ascolto onesto di ciò che accade — incluso il rifiuto.
Un invito
Se vuoi provare, non cominciare dall’immagine.Comincia dal tuo corpo.
Siediti in un luogo dove non sarai interrotto.Nota il respiro. Il peso del petto. Il movimento quieto nello stomaco.
Non devi cambiare nulla. Osserva, soltanto.
Resta lì per un momento.
Quando un luogo affiora alla mente, familiare o inventato, lascialo venire senza forzarlo.
Se appare una figura, non interrogarla.Nota piuttosto ciò che accade in te.
Il respiro cambia?Qualcosa si contrae o si ammorbidisce?
Resisti alla tentazione di interpretare troppo in fretta.
Resta con la sensazione un po’ più a lungo di quanto faresti di solito.
Poi scrivi.Non ciò che significa.Solo ciò che è accaduto.



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