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Il sé che vive altrove

Alessandra Busto
Oct 30
4 min read

Su dove investiamo una parte di noi stessi




Se chiedi a qualcuno chi è, spesso ti risponde raccontandoti che cosa fa. Oppure ti parla delle persone che ama, delle responsabilità che si è assunto, del posto che occupa nella vita degli altri.


Sono un medico. Sono un padre. Sono quello che tiene insieme la famiglia.


Ce ne accorgiamo di rado mentre succede. Ci sembra naturale costruire un’immagine di noi attraverso ciò che facciamo e le relazioni che abbiamo, ed è così, in buona parte, che impariamo a capire chi siamo. Un bambino comincia a conoscersi dallo sguardo di chi si prende cura di lui. Poi arrivano le amicizie, il lavoro, l’amore, i figli, l’impegno per qualcosa che supera i confini della propria vita. Ogni esperienza aggiunge un tassello al modo in cui ci vediamo.


Erik Erikson ha descritto l’identità come un processo che si rinegozia a ogni fase dell’esistenza, in relazione alle persone che incontriamo, ai ruoli che assumiamo, agli impegni che scegliamo. Ma questo processo può diventare fragile quando leghiamo la nostra identità a un'unica forma.


Ho visto persone perdere il lavoro, attraversare la fine di un matrimonio, ritrovarsi con i figli adulti e lontani, lasciare ambizioni attorno alle quali avevano organizzato la vita. Dopo la perdita, la prima domanda raramente era E adesso che cosa faccio? Era una più difficile: Chi sono, adesso?


Una sera, durante un laboratorio, ho chiesto a un uomo sulla sessantina di presentarsi senza parlare del proprio lavoro e senza definirsi attraverso i legami familiari. Ha aperto la bocca e l'ha richiusa. Ha guardato le proprie mani. Poi ha riso, a disagio: «Non pensavo fosse così difficile».


Quella domanda riguarda il senso che abbiamo dato alla nostra esistenza. Emerge in circostanze tanto diverse perché perdere un ruolo di rado significa perdere soltanto un ruolo.


Eppure, mentre attraversiamo queste trasformazioni, accade qualcosa di meno evidente. Leghiamo il senso di chi siamo a una parte sempre più circoscritta della nostra esperienza, fino a farne dipendere molto più di quanto immaginiamo.


Pensiamo di investire tempo.


O amore.


O dedizione.


Spesso investiamo anche la nostra identità.


Succede gradualmente. Cominciamo un lavoro e, all’inizio, è qualcosa che facciamo. Poi diventa qualcosa in cui siamo bravi, e col tempo il luogo in cui ci sentiamo più capaci, più riconosciuti, più sicuri del nostro valore. Il lavoro è sempre lo stesso, ma il suo significato è cambiato: è diventato anche una risposta alla domanda su chi siamo.


Lo stesso accade in amore. Costruiamo con l’altra persona una storia, un linguaggio comune, abitudini e ricordi, finché quella relazione diventa lo spazio in cui ci sentiamo più conosciuti. C’è qualcuno che riconosce aspetti di noi che forse nessun altro vede, davanti a cui non dobbiamo spiegare tutto da capo. E così, senza averlo deciso, le affidiamo qualcosa che va oltre l’affetto: una parte di ciò che siamo.


Succede con i figli, con le amicizie che durano decenni, con le comunità che nascono attorno a una convinzione condivisa. Può succedere persino con una malattia o un trauma, quando un’esperienza occupa una parte così grande della storia che raccontiamo di noi da diventare, lentamente, da qualcosa che ci è accaduto a qualcosa attraverso cui ci definiamo.


Cambiano le circostanze e gli oggetti dell’investimento, ma il meccanismo è lo stesso. Una parte della nostra identità si lega a qualcosa che non controlliamo del tutto e che, prima o poi, può cambiare o finire.


Siamo esseri relazionali, ed evitare di investire in ciò che amiamo e in ciò in cui crediamo sarebbe impossibile, oltre che poco desiderabile. La questione è quanto di noi affidiamo a una sola cosa. Quanto del nostro valore dipende dall’essere necessari a qualcuno, dall’avere successo in un ambito, dal tenere un posto che abbiamo imparato a considerare nostro?


Finché tutto sta al suo posto, non ce lo chiediamo. La vita ci restituisce ogni giorno la stessa immagine di noi.


Poi qualcosa cambia.


Il lavoro finisce, una relazione si spezza, un figlio prende la sua strada, un progetto in cui credevamo non esiste più. Il dolore per ciò che perdiamo si porta dietro qualcosa di più disorientante: il sé, costretto a lasciare il luogo in cui aveva imparato ad abitare, si ritrova senza un indirizzo.


Per un po’ è difficile riconoscersi anche nelle cose più familiari. Le abitudini restano, ma sembrano vuote. Le giornate perdono i compiti che davano loro una direzione. Gli altri ci vedono come hanno sempre fatto, e noi non sappiamo più se quell’immagine ci appartenga.


È lì che la domanda torna, e stavolta non si può aggirare.


Chi sono, adesso?


Forse è in quel momento che ci accorgiamo di quanto avevamo affidato a ciò che non c’è più. Non per rimproverarci, ma per separare, lentamente, ciò che abbiamo perduto da ciò che di noi esiste oltre la perdita. Il lavoro, le persone che abbiamo amato, le responsabilità che ci siamo assunti ci hanno trasformati, e non sono estranei alla nostra identità. Semplicemente, non la esauriscono. Qualcosa di noi è rimasto in quelle esperienze, nelle capacità che abbiamo sviluppato, nel modo in cui abbiamo imparato a guardare il mondo. E ci accompagna anche quando non possiamo più riconoscerci in quelle forme.


Forse ritrovarsi significa imparare a riconoscere ciò che siamo diventati senza confonderlo con ciò che facciamo, con chi amiamo o con il posto che occupiamo nella vita degli altri.


Chi non rischia mai di perdersi in qualcosa di più grande di sé, forse non scopre fino in fondo chi è. Ma c’è una differenza tra perdersi in qualcosa e affidargli tutto ciò che siamo.


Forse la domanda, allora, non è soltanto chi sei.


È anche questa: a che cosa hai affidato il senso di chi sei?

 
 
 

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