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Quando la forma emerge

Alessandra Busto
Oct 30
3 min read

Sull'intelligenza del lasciare andare




Trieste. Erano passate poche settimane dal mio arrivo. La mia laurea conseguita nel Regno Unito non veniva riconosciuta in Italia e il percorso professionale che avevo costruito nell'ambito della psicologia, quello che avevo dato per scontato di poter continuare, che pensavo mi avrebbe seguita anche qui, improvvisamente non aveva più un terreno su cui poggiare. Per settimane ho continuato a rimuginare sul problema. Come andare avanti. Quali possibilità mi restavano. Che cosa avrei dovuto ricostruire da zero.


Una sera, mentre stavo per addormentarmi, qualcosa si è mosso. Niente di eclatante. Piuttosto, come un piccolo scatto silenzioso. Il pensiero è arrivato già compiuto: mettere insieme la psicologia e il teatro. Unire due cose che erano sempre state mie, ma separate, in qualcosa che ancora non aveva un nome e che, tuttavia, mi è sembrato subito, senza alcun dubbio, la cosa giusta.


Non avevo scoperto qualcosa di nuovo. Avevo riconosciuto una configurazione che fino a quel momento non ero riuscita a vedere.


La differenza non è soltanto una questione di parole.


Se avessi scoperto qualcosa di nuovo, la storia sarebbe quella di un'idea che arriva all'improvviso: un salto creativo, un lampo d'ispirazione, qualcosa che prima non esisteva. Ma non è andata così. La psicologia era già parte di me. Il teatro lo era altrettanto. Gli anni di esperienza, la sensibilità particolare che avevo sviluppato attraverso entrambi: tutto era già lì. Quella sera non era comparso un nuovo elemento. Era cambiato il mio modo di vedere le relazioni tra quelli che già possedevo.


E quella possibilità di vedere le cose in modo diverso aveva cominciato a prendere forma silenziosamente durante tutte quelle settimane in cui avevo continuato a interrogarmi sul problema. Non stavo perdendo tempo. Stavo raccogliendo pezzi senza sapere ancora come avrebbero potuto incastrarsi. Quello che mi sembrava uno sforzo improduttivo era, in realtà, la preparazione necessaria al momento in cui avrei finalmente smesso di forzare una soluzione.


Tendiamo a pensare che un'intuizione arrivi al posto dello sforzo. Come se fosse una ricompensa che ci aspetta quando facciamo un passo indietro, liberiamo la mente, creiamo spazio. In questo c'è del vero, ma manca qualcosa di importante. Il lasciare andare che rende possibile il riconoscimento non è l'inizio del processo. È il suo compimento.


Non puoi riconoscere un disegno se prima non hai raccolto gli elementi che lo compongono. Devi averli messi insieme, osservati da diverse angolazioni, tenuti a mente abbastanza a lungo da renderli familiari. Le settimane di riflessione che non avevano prodotto una risposta non erano state inutili. Erano la condizione che avrebbe permesso alla risposta di emergere più tardi, attraverso un processo diverso, quando la mente analitica avrebbe finalmente allentato la presa.


La soglia del sonno non è l'unico luogo in cui succede. Può accadere sotto la doccia, durante una passeggiata, nel mezzo di una conversazione che non c'entra nulla con ciò a cui stavamo pensando. Questi momenti non sono accomunati tanto dal silenzio o dalla quiete, quanto da una temporanea sospensione dello sforzo diretto verso un obiettivo. La mente smette di cercare di incastrare i pezzi a tutti i costi, e le relazioni tra loro diventano visibili.


Quella sera, a Trieste, non era ancora emerso il significato di ciò che avrei costruito. Era comparso qualcosa di più preliminare: il contorno di una possibilità, un primo scorcio di coerenza tra elementi che fino ad allora erano rimasti separati. Non era ancora un progetto. Non era ancora un metodo, un nome, un insieme di pratiche. Era soltanto la forma di qualcosa che avrebbe potuto esistere, vista per la prima volta dalla giusta angolazione.


Quel riconoscimento mi aveva indicato una direzione. Non aveva ancora tracciato il cammino. Quello sarebbe stato il passaggio successivo, affidato a una forma diversa d’intelligenza.


Riconoscere una possibilità non significa ancora costruirla. È il momento in cui costruire, finalmente, diventa possibile.

 
 
 

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