Prima che abbia un nome
Su ciò che diventa possibile prima che il significato prenda forma

Shanghai, i primi giorni. È tutto in cinese: le insegne, i menu, le voci per strada. Indichi le cose con il dito e speri di farti capire. Prendi l'uscita sbagliata della metropolitana e ti ritrovi in un posto che non avevi previsto. Piccoli imprevisti, piccoli errori che si ripetono continuamente.
E io trovo tutto questo delizioso.
Non nonostante la confusione, ma proprio dentro la confusione. Ogni inconveniente mi sembra un regalo, anziché un ostacolo. Sono affascinata. Mi diverto. Mi sento, in un modo che faccio fatica a spiegare, completamente viva. Allora non lo capivo, ma col tempo ho cominciato a comprendere che cosa ci fosse davvero in quella sensazione di vitalità. Non era la libertà dalle difficoltà. Era qualcosa di più particolare, quasi paradossale: non sapevo ancora che cosa stessi costruendo. E proprio quel non sapere era lo stato più fertile in cui mi fossi mai trovata.
Sono cresciuta in una piccola città sul lago, nel Nord Italia. Bella, come sono belli i luoghi che conosciamo fin dall'infanzia. Non necessariamente perché riusciamo a vederli con chiarezza, ma perché sono intrecciati a tutto ciò che ricordiamo. Avevo degli amici lì. Li ho ancora. Da ogni punto di vista visibile, appartenevo a quel posto.
Eppure mi sono sempre sentita osservata. Un po' trattenuta. Ogni volta che la mia famiglia partiva per un viaggio, tornare a casa era come infilarsi un vestito troppo stretto. Quel luogo aveva già una storia da raccontare su di me, costruita negli anni, confermata dalla ripetizione, mantenuta intatta dal semplice fatto che tutti mi conoscevano. E quella storia, per quanto affettuosa, rappresentava anche un limite.
Shanghai non aveva una storia su di me. Ero arrivata senza un passato già scritto, senza un'immagine di me che circolasse già tra le persone. Ma ciò che contava davvero non era l'assenza di quella storia. Era quello che tale assenza rendeva possibile: niente aveva ancora un nome. Tutto era aperto. Il significato di quello che facevo, la persona che stavo diventando, ciò che quel luogo avrebbe potuto offrirmi o chiedermi: niente aveva ancora assunto una forma definitiva. E in quello spazio ancora indefinito si apriva una possibilità che la certezza raramente concede.
Ci insegnano a considerare l'incertezza un problema. Qualcosa da ridurre, da gestire, da attraversare il più rapidamente possibile per arrivare finalmente alla chiarezza. Il disagio del non sapere viene presentato come una condizione temporanea, spiacevole ma necessaria, da sopportare finché le cose non diventano comprensibili.
Ma questo modo di pensare presuppone che il valore si trovi sempre al di là dell'incertezza. Che ciò che conta sia la conclusione, una volta raggiunta, e non lo spazio aperto che la precede.
L'incertezza che provavo a Shanghai non era una distanza tra il luogo in cui mi trovavo e quello in cui avrei dovuto arrivare. Era l'esperienza stessa. Una condizione di apertura che sentivo fertile, anziché minacciosa. Prima che le cose si fissino in una definizione, si apre una particolare qualità dell'attenzione: osservi con più cura, rimani curiosa più a lungo, resisti all'impulso di classificare e trarre conclusioni, perché non possiedi ancora le categorie per farlo. E proprio in questa attenzione prolungata possono rivelarsi aspetti che una mente già convinta di sapere che cosa sta cercando finirebbe per scartare.
Per il mio compagno, le prime settimane a Shanghai furono davvero difficili. Non riusciva a leggere nulla, non capiva quello che gli veniva detto e sentiva il peso di quella incomprensione come una forma di impotenza. Capivo quello che provava. Semplicemente, non lo condividevo.
Io sentivo piuttosto la curiosità di scoprire che cosa sarebbe emerso. Non era fiducia nel senso di essere sicura che tutto sarebbe andato bene. Non lo sapevo. Era la disponibilità a restare in ciò che ancora non aveva preso forma, senza pretendere che si trasformasse immediatamente in qualcosa di già conosciuto. Una fiducia non nel risultato, ma nel processo attraverso cui le cose si sarebbero rivelate.
Da allora ho riflettuto spesso su questa differenza. Non è una questione di carattere, almeno non nel senso più semplice del termine. È piuttosto un rapporto con l'incertezza che si costruisce nel tempo, attraverso l'esperienza di essersi già trovati in situazioni in cui nulla era ancora definito e di aver visto, a poco a poco, emergere qualcosa. Non sempre ciò che ci aspettavamo. Non sempre ciò che desideravamo. Ma qualcosa di reale, qualcosa che ci appartiene proprio perché siamo rimasti abbastanza a lungo da permettergli di prendere forma.
Niente aveva ancora un significato. Ed era proprio questo a rendere tutto così vivo.
Quando sai già che cos'è una cosa, smetti di guardarla con la stessa attenzione. Vale per i luoghi. Vale per le persone. Vale, forse in modo ancora più scomodo, per noi stessi. L'etichetta fa il suo lavoro: organizza, semplifica, permette di andare avanti. Ma, nello stesso tempo, chiude qualcosa. Una persona ridotta a una storia familiare smette di essere guardata davvero. Un luogo a cui abbiamo già dato un nome smette di essere visto fino in fondo. E un sé che abbiamo definito una volta per tutte smette di essere pienamente abitato.
Ciò che ancora non ha preso forma resiste a tutto questo. Si sottrae alla necessità di essere organizzato troppo presto. Mantiene viva l'attenzione perché non offre alternative: non puoi affidarti a ciò che già conosci, perché quello che conosci non è ancora applicabile. E in questa sospensione rimane aperto qualcosa che altrimenti si chiuderebbe senza che tu te ne accorga.
Non credo che la capacità di stare nell'incertezza con curiosità anziché con paura sia un dono raro. Penso che la maggior parte di noi l'abbia posseduta, un tempo, prima di imparare che non sapere è pericoloso, prima che una domanda aperta diventasse fonte di ansia anziché di interesse.
I bambini, quando si trovano in un ambiente nuovo, non lo vivono necessariamente come una minaccia. Lo vivono come qualcosa da esplorare, da toccare, da scoprire. Ciò che ancora non conoscono suscita interesse prima di suscitare paura. Poi, a un certo punto, per molti di noi le cose cambiano.
Forse la domanda non è come imparare a tollerare meglio l'incertezza. Forse si tratta piuttosto di ricordare che cosa sia davvero ciò che ancora non ha preso forma. Non l'assenza di qualcosa, ma la condizione che permette a qualcosa di diventare possibile.
Lo spazio che precede una definizione, prima che le cose si assestino, prima che si irrigidiscano, prima che abbiano un nome.



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