Quando la domanda scompare
Sul sé che emerge quando smettiamo di cercarlo

C'è una forma particolare di stanchezza che non nasce dal fare troppo, ma dal sorvegliarsi troppo da vicino. Hai trascorso giorni, a volte settimane, immerso in una nebbia che non è esattamente tristezza, né propriamente confusione. È qualcosa di più simile a un'interferenza, un rumore di fondo che rende tutto un po' più difficile da mettere a fuoco, te stesso compreso. Continui a guardarti dentro, cercando qualcosa di solido a cui aggrapparti, e trovi soltanto altre domande.
Poi, senza preavviso, qualcosa cambia. Ho imparato a non aspettarmi questi momenti e a non andarli a cercare. L'ultima volta è successo mentre lavavo i piatti. Le mani immerse nell'acqua calda, un gesto senza particolare importanza, la mente libera di andare dove voleva. E poi, all'improvviso, gioia, pienezza, leggerezza. Tutto insieme. Tre sensazioni che raramente arrivano nello stesso momento. E in quell'istante non mi stavo chiedendo chi fossi. La domanda semplicemente non c’era.
Le prime due forme che assume questa particolare nebbia sono abbastanza riconoscibili. La prima è rivolta in avanti: una voce critica che arriva nel futuro prima di te, lo riempie di sconfitte e pronuncia la sua sentenza prima ancora che tu abbia mosso un passo. La seconda guarda indietro: un'interpretazione che si insedia nel tuo passato e gli impone una coerenza più articolata di quella che la tua stessa esperienza saprebbe esprimere, finché la mappa non comincia a sembrarti più reale del territorio su cui è stata tracciata.
Sono entrambe forme di uno stesso spostamento. In tutti e due i casi, il sé viene trattato come un problema da risolvere, qualcosa da valutare, correggere, interpretare nel modo giusto. E più ti impegni in questo compito, più il compito si allarga. A un certo punto non stai più vivendo: stai osservando te stesso mentre vivi.
Il critico è già nel futuro. L'interprete è già nel passato. E il presente, l'unico luogo in cui le cose accadono davvero, rimane senza essere vissuto.
Pensa a un momento in cui eri completamente assorbito da qualcosa. Non eri felice perché ti stavi osservando per capire se lo fossi, né ti sentivi produttivo perché stavi misurando i risultati. Eri semplicemente dentro qualcosa, in sintonia con quello che stavi facendo. Scrivevi una frase che ti era arrivata intera. Camminavi senza una meta. Dicevi a qualcuno la cosa giusta senza sapere, in anticipo, che cosa avresti detto. Insegnavi qualcosa e sentivi che, nella stanza, stava accadendo un cambiamento.
In quei momenti non ti osservi. Non ti domandi se stai facendo bene, se sei abbastanza, se quello che stai vivendo ti appartiene davvero o se stai soltanto interpretando una versione di te capace di essere all'altezza delle aspettative. Sei semplicemente lì. E la domanda su chi sei non si pone nemmeno.
Non è assenza di sé. È qualcosa che gli somiglia quasi al contrario: una pienezza di presenza che non ha bisogno di darsi un nome. In quei momenti il sé non scompare. Smette di essere un problema.
In psicologia esiste una parola per indicare lo stato di completo assorbimento in un'attività: flow. Ma quello che sto descrivendo è qualcosa di leggermente diverso e, credo, più comune. Non richiede una prestazione eccezionale né una sfida perfettamente calibrata sulle proprie capacità. Basta che, per un momento, si chiuda la distanza tra ciò che sei e ciò che stai facendo. Accade senza sforzo, senza che tu abbia dovuto predisporre le condizioni perché succedesse.
Può accadere mentre lavi i piatti. Nel mezzo di una conversazione qualsiasi, durante una passeggiata senza una meta precisa, o mentre fai qualcosa di così ordinario che non ti verrebbe nemmeno in mente di raccontarlo. Non è importante quello che stai facendo. Conta che le mani siano occupate e che la mente abbia smesso di girare in tondo.
Ed è proprio in quel momento, credo, che vale la pena soffermarsi su qualcosa: ti riconosci. Non attraverso l'analisi. Non grazie a una corretta interpretazione del passato o a una valutazione accurata del futuro. Il riconoscimento arriva in modo più immediato, attraverso una sensazione: sì, questo mi appartiene. È un riconoscersi che non ha bisogno di emettere un verdetto.
Il sé che emerge in quei momenti non è un sé più semplice. Non è meno complicato, meno contraddittorio, meno molteplice di quello che passi al vaglio alle tre del mattino. È lo stesso sé, con tutto ciò che contiene, nebbia compresa. A cambiare non è lui, ma il modo in cui ti rapporti a lui. Per un momento non sei più fuori da te stesso, intento a guardarti, valutarti, interpretarti. Sei semplicemente qui.
Credo che sia questo il prezzo che può avere un'attenzione a se stessi quando diventa compulsiva. Non la chiarezza: può produrne anche molta. Il prezzo è la presenza. Il momento presente rimane non vissuto perché eri troppo occupato ad analizzare la persona che lo stava vivendo.
Il critico si prende il futuro. L'interpretazione si prende il passato. E l'esame interminabile di te stesso si prende il presente, in silenzio, metodicamente, in nome della comprensione.
Non credo che la risposta sia smettere di riflettere. La riflessione mi ha dato cose a cui non rinuncerei. Ma c'è una differenza tra una riflessione che ti riconduce a te stesso e una che finisce per sostituirsi alla vita. La prima ti porta da qualche parte. La seconda gira in tondo.
Quello che ho imparato a osservare è che i momenti di riconoscimento, quella schiarita improvvisa in cui gioia, pienezza e leggerezza arrivano insieme, non si possono ottenere guardando più a fondo, insistendo con lo sguardo. Emergono negli intervalli in cui smettiamo di guardare. Quando la domanda non viene posta. Quando sei troppo impegnato a essere per domandarti che cosa sei.
Forse è questa l'unica risposta che la domanda sul sé riesce davvero a ricevere. Non una definizione. Non una diagnosi. Non una mappa, per quanto accuratamente disegnata.
Soltanto un momento, breve, inatteso, che arriva mentre hai le mani immerse nell'acqua calda. Un momento in cui sei così pienamente presente che la domanda, semplicemente, si dimentica di farsi.



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